Perché non voglio più clienti dalla Pubblica Amministrazione

ottobre 24, 2013
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Quando lavoro, che si tratti di consulenza o formazione, cerco sempre di aiutare i miei clienti a definire strumenti e percorsi guidati dall’utilità e dalla razionalità: il che significa smettere di fare qualcosa perché abbiamo sempre fatto così, perché lo dicono le procedure, perché ci pariamo meglio il didietro, ma cercare la via più leggera e diretta ed efficace.

Con gli anni, ho imparato che spesso i risultati migliori si ottengono eliminando qualcosa piuttosto che aggiungendo. Così oggi ho deciso che da ora in avanti, per la mia sanità mentale e la maggiore profittabilità del mio lavoro, smetterò di accettare incarichi dalla Pubblica Amministrazione Italiana.

Gli episodi che mi hanno portata a prendere questa decisione sono due: non sono gli unici, ma questi hanno avuto la sfortuna di concentrarsi nella stessa settimana.

È più il tempo di gestione che quello d’aula

I corsi Digital Update funzionano, come gran parte della formazione privata, sulla base di un’iscrizione anticipata:

  • chi è interessato a un corso compila il form di iscrizione sul sito;
  • io gli rispondo mandando le istruzioni per il pagamento della quota;
  • quando la quota è pagata, emetto la fattura; in caso ci siano procedure aziendali che impongono di avere la fattura prima del pagamento, le due cose avvengono a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, cioè io emetto la fattura e il saldo avviene a stretto giro;
  • tutto questo avviene prima della data del corso stesso, cosicché quando noi andiamo in aula siamo tranquilli che chi partecipa ha già regolato la sua posizione.

In uno degli ultimi corsi, il Digital Update Analytics di un giorno (quota di partecipazione € 289+iva) abbiamo avuto due iscritti dipendenti di due diverse amministrazioni pubbliche.

Per completare l’iscrizione di uno di loro, ho dovuto compilare e rimandare i moduli che vedete qui:

I dati li ho scritti sui moduli, e qualcuno, dall’altra parte, li ha copiati in qualche gestionale: tempo mio per scrivere, tempo loro per copiare.

È stato necessario fare la richiesta del DURC: io sono ditta individuale e non ho dipendenti, quindi pago i contributi solo per me stessa, ma la PA mi paga solo se prima l’INPS, coi suoi tempi, dichiara che io sono in regola con i miei doveri previdenziali.

Ovviamente, in questo caso, ho dovuto accettare che il pagamento avvenga dopo il corso, non prima.

Tuttavia, contando sul fatto che lo Stato ha dichiarato – con gran rullo di tamburi – che adesso la fatturazione è tutta elettronica, ho emesso come sempre la mia fattura come PDF e l’ho inviata per posta elettronica.

Ieri mi hanno telefonato per dirmi che non possono pagarmi, perché manca la marca da bollo, obbligatoria trattandosi di prestazione in regime di esenzione di IVA e di importo superiore ai 77 euro.

Ora, faccio timidamente notare che 2 euro di marca da bollo (più la stampa, imbustatura e affrancatura, e il tempo di trovare una buchetta delle lettere) sono un’ulteriore tassa che si aggiunge a quelle che già pago per mantenere questo circo che gira a vuoto.

Quanto tempo abbiamo perso io e il personale di quell’amministrazione nella gestione di questa pratica per il pagamento di 289 euro? Io credo che ormai le ore superino quelle che io ho passato in aula a spiegare le analytics.

Io questo tempo non lo voglio perdere più, perché voglio che la maggior parte del mio lavoro sia studiare, spiegare, insegnare.

Lavorare gratis, anzi pagando la marca da bollo

Ma il sublime l’ho raggiunto con la lezione che ho tenuto all’Università di Pesaro-Urbino a novembre dell’anno scorso.

La lezione è stata un’esperienza bellissima: ragazzi interessati, discussione vivace, mi ha fatto davvero piacere farlo e, se Giovanni Boccia Artieri me lo chiederà di nuovo, lo rifarò volentieri: però, Giovanni, la prossima volta facciamo tutto alla chetichella, senza dire niente a nessuno, ok?

Prima della lezione, mi hanno mandato da compilare cinque pagine di CONTRATTO SUPPORTO DIDATTICA OCCASIONALE, un testo che conservo gelosamente come esempio fulgido di linguaggio “lontano dalla vita”: ho dovuto dichiarare ad esempio di non avere“relazioni di coniugio” (sic) né “parentele fino al IV grado” (ma voi li conoscete tutti i vostri parenti di IV grado? Io credo di aver problemi anche col terzo grado…) con Rettore, docenti o componenti del CdA.

In una sezione del modulo mi si chiedeva di dichiarare se sono o meno una ditta artigiana iscritta alla CCIAA: dato che io non sono un’artigiana, ho risposto NO.

modulo

Ho tenuto la mia lezione il 22 novembre 2012. I documenti dell’incarico non erano ancora pronti, ma le date libere erano fissate, quindi sono andata a Pesaro e via.

Successivamente, mi hanno fatto avere il contratto, in duplice copia, da firmare e restituire, corredato di due marche da bollo di €14,62 ciascuna; secondo loro l’avrei dovuto portare io stessa a mano in Segreteria, ma alla fine si sono accontentati di farselo recapitare da Gba.

Finalmente, ad aprile, mi hanno restituito contratto controfirmato e incarico, ed ho emesso fattura, per la bella cifra di €300 comprensivi di IVA: ormai, fra viaggio, bolli e simili, ero quasi arrivata in pareggio, e la pazienza era finita.

Fino a quel momento, quante ore erano state spese dai dipendenti dell’Università di Pesaro-Urbino per predisporre documenti, copiare dati, fare approvare la delibera del mio incarico, protocollare e simili? Non so, l’unica cosa che so è che questi sono soldi sottratti alla ricerca e all’insegnamento, e pagati dalle nostre tasse.

In ogni caso, ho promesso ai miei amici che, se mai fossi riuscita a ottenere quei soldi, li avrei dati in beneficienza, compresi i 30 euro delle marche da bollo.

Pare tuttavia che dovrò fare beneficienza di tasca mia, perché oggi (a 11 mesi dalla data della lezione) ho avuto la conferma che non posso essere pagata.

Infatti, la versione più recente del regolamento dell’Università proibisce di assegnare incarichi di docenza a titolari di ditte iscritte alla CCIAA: il modulo è sbagliato perché induce a pensare che il divieto riguardi solo gli artigiani, ma, di fatto, avendo io messo in fattura (come devo fare) il mio numero di iscrizione alla CCIAA di Ravenna, ho avuto il nietdell’ufficio Ragioneria.

Così ora devo:

  1. emettere una nota di credito a storno della fattura;
  2. fare una lettera di rinuncia al compenso (mi hanno generosamente concesso di dare la comunicazione via PEC);
  3. successivamente, mi manderanno il foglio stampato su carta con la lettera di rinuncia ufficiale, che dovrò firmare e fare riavere in originale.

Conclusione amara

Se c’è qualcuno che ha bisogno di un digital update, in senso lato, è il cervello di chi continua a concepire (e a peggiorare giorno dopo giorno) questo genere di deliri. Io però non sono abbastanza paziente da contribuire a quest’opera, e purtroppo devo constatare che ogni volta che ho a che fare con questo genere di problemi divento una persona un po’ peggiore: mi arrabbio, mi prudono le mani, mi vengono alla bocca parole che non voglio pronunciare davanti a mio figlio.

Così, per la mia sanità mentale e a beneficio delle persone che stanno intorno a me – la mia famiglia, i miei amici, i clienti che impegnano le mie energie in questioni davvero importanti – d’ora in avanti non voglio più incarichi di questo genere, e non prendo più clienti che mi fanno passare questi calvari.

Mi dispiace sinceramente per i bravi professionisti che lavorano in molte PA: ce ne sono, ne incontro spesso, sono giapponesi nella foresta, e li ammiro per la pazienza che a me evidentemente manca.

Questa è solo metà della soluzione, anzi è una toppa: la soluzione vera sarebbe un’Italia più semplice, in cui lo stato in tutte le sue forme non mi complica la vita anzi mi aiuta a lavorare meglio.

[Post scriptum: le due lezioni ai ragazzi delle superiori di cui scrivevo nel post della settimana scorsa le ho fatte gratis, e ne sono contenta.]

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One Response to Perché non voglio più clienti dalla Pubblica Amministrazione

  1. Alessandra Farabegoli on ottobre 24, 2013 at 6:56 pm

    Ragazzi, capisco che abbiate apprezzato il mio articolo, ma copiarlo così, integralmente (benché con un link alla fonte originale) vi mette a serio rischio di essere penalizzati da Google per duplicazione di contenuti. Valutate la cosa

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