Morire (o far morire) di legalità

marzo 9, 2016
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Osservatorio sull’attività della Pubblica Amministrazione sugli avvisi e bandi pubblici

AGCI Solidarietà – Forum Terzo settore Lazio – CILD
c/o avv. Claudio Giangiacomo – Circonvallazione Trionfale n. 1
00195 Roma – pec claudiogiangiacomo@ordineavvocatiroma.org – tel. 0689670925

Spett.le Roma Capitale
Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute Direzione Servizi alla Persona e Integrazione Socio- Sanitaria
U.O. Interventi di Supporto alle Persone fragili
Viale Manzoni 16
00185 Roma
Pec: protocollo.servizisociali@pec.comune.roma.it

e pc Autorità Nazionale Anticorruzione c/o Galleria Sciarra

Via M. Minghetti, 10 00187 Roma

(PEC): protocollo@pec.anticorruzione.it

Oggetto: avviso pubblico gara ristretta: “Manifestazione di interesse per la presentazione di progetti in ambito socio culturale/artistico/teatrale/sportivo di supporto e di integrazione a favore di persone con disabilità e di progetto rivolti a particolari tipologie di disabilità” C.I.G. n. 655506853C

Morire (o far morire) di legalità

Chiunque abbia studiato giurisprudenza ha memoria di molti vecchi brocardi latini che, in qualche modo rappresentavano il possibile divario tra la ragionevolezza e la giustizia, da una parte, e la legalità dall’altra.

Legalità non significa altro, infatti, che conformità ad una legge e nulla, purtroppo spesso, ha a che vedere con principi come quelli, tra gli altri, di ragionevolezza e giustizia. E così abbiamo memoria del summa lex summa iniura o del dura lex sed lex, ma onestamente mai, come invece mi accade in questo caso, ho pensato di poter immaginare un brocardo del tipo summa lex magna stultitia.

Eppure altro non si può immaginare davanti ad un bando di gara che richiamando la legge 190 del 2012 preveda tra la documentazione da consegnare a pena di esclusione una “dichiarazione del titolare o del legale rappresentante o di altra persona munita di specifici poteri di firma, di essere a diretta conoscenza dell’insussistenza di relazioni di parentela o affinità tra i titolari, gli amministratori, i soci e i dipendenti degli stessi soggetti e i dirigenti e i dipendenti dell’amministrazione di Roma Capitale ai sensi della legge 190/2012”.

Roma Capitale ha circa 25.000 dipendenti, senza considerare gli ulteriori circa 31.000 dipendenti delle municipalizzate, e 150.000 circa sono le persone impiegate, a Roma, nel settore no profit (settore a cui la gara era diretto).

Considerando che attualmente il numero medio di parenti entro il 4 grado (in realtà nell’avviso non si precisa il grado) è di circa 15/20 a persona, una tale dichiarazione potrebbe firmarla coscientemente solamente una società che non ha tra i propri soci e dipendenti alcun cittadino romano.

Qui non si tratta quindi, al momento, di capire quanto sia conforme al diritto una tale richiesta, cosa dalla quale, comunque, non ci sottrarremo, ma di rendersi conto che una tale interpretazione del comma 9 dell’art. 1 della 190/2012 supera ogni limite di ragionevolezza e rende quanto più attuale la famosa frase di De Gournay: “In Francia abbiamo una malattia che minaccia seriamente di mandarci tutti in rovina; questa malattia si chiama burocrazia’.

Se la 190/2012 effettivamente pretendesse quanto disposto da Roma Capitale, quindi, non potremmo che tacciarla di magna stultitia e impugnare l’avviso in cui è contenuto eccependo l’incostituzionalità della citata legge proprio per quel principio di ragionevolezza delle leggi elaborato dalla Corte Costituzionale per il quale le disposizioni normative contenute in atti aventi valore di legge debbano essere adeguate o congruenti rispetto al fine perseguito dal legislatore.

In realtà, fortunatamente, riteniamo che la corretta interpretazione della norma non sia quella fornita da Roma Capitale e la richiesta, a pena di esclusione, della dichiarazione di insussistenza di rapporti parentali sia da dichiarare illegittima anche senza dover scomodare la Corte Costituzionale.

La legge 190/2012 non ha imposto, infatti, alcun divieto di stipula di contratti con imprese i cui titolari, soci o dipendenti abbiano rapporti di parentela con dipendenti della pubblica amministrazione ma ha solo imposto l’obbligo di monitorare tali situazione per verificare se esistono potenziali conflitti di interesse da valutare, poi, concretamente.

In ossequio a tale principio, quindi, la stazione appaltante, avrebbe anche potuto richiedere, non la dichiarazione di insussistenza dei rapporti parentali ma esclusivamente l’indicazione degli eventuali rapporti esistenti onde poter verificare se da questi potesse discendere un potenziale conflitto di interesse ed eventualmente prendere le opportune contromisure affinché questo non si trasformi in un concreto conflitto.

Va detto, inoltre, che interpretare la legge 190/2012 in maniera difforme da quanto appena detto ed inserire in un bando, la richiesta della dichiarazione di insussistenza a pena di esclusione, significa, oltre che darne una interpretazione sicuramente non costituzionalmente orientata e violativa tra l’altro del richiamato principio di ragionevolezza, violare anche il principio di tassatività delle cause di esclusione introdotto dall’art. 46 comma 1 del Dlgs 163/2006 rendendo il bando sicuramente illegittimo come peraltro già chiarito nel comunicato del Presidente dell’ANAC del 25/11/ 2015 – 3.12.2015.

Alla luce di quanto sopra esposto Vi invitiamo a voler, anche nell’ambito dei poteri di autotuela e previa assunzione di ogni opportuna determinazione in merito alla proroga del termine di scadenza, procedere alla correzione dell’avviso pubblico in oggetto.

Distinti saluti

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