La “protesta del cavillo” dei macchinisti Atac non è una guerra fra poveri

luglio 20, 2015
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Articolo di Fabio Salamida

(da roma.ilquotidianoitaliano)

La situazione delle metropolitane di Roma è ormai insostenibile per turisti, romani e pendolari che ogni giorno sono costretti a viaggiare su treni sovraffollati a causa delle corse ridotte, treni che per lunghe tratte viaggiano a passo d’uomo. Un servizio rallentato e inefficiente, indegno di una capitale europea.

Causa di ciò, come già spiegato precedentemente, una protesta dei macchinisti che attraverso una forma di “sciopero bianco” (ma non vogliono sia chiamato così) stanno causando questa situazione ormai da giorni. A loro dire, si tratta di un semplice attenersi “alla lettera” al regolamento. Di tutt’altro parere il Codacons, che ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma accusandoli di interruzione di pubblico servizio e violenza privata. E allora, se di sciopero non si può tecnicamente parlare, chiameremo questa azione “protesta del cavillo”, dove i cavilli sono quelli utilizzati dai macchinisti per far partire meno corse e rallentare il servizio.

Al netto delle regioni e dei torti, che saranno accertati dalla magistratura, c’è un concetto errato che sta prendendo piede nelle discussioni e nelle trattative sindacali, un concetto facilmente smontabile con i numeri: “l’azienda Atac sta scatenando una guerra fra poveri”.

Parliamo dunque dei cosiddetti “poveri”, di quei macchinisti che stanno ricattando la loro azienda usando come cavie umane i viaggiatori. Lavoratori che non stanno certamente danneggiando gli strapagati dirigenti di Atac S.p.a. (molti dei quali nominati dalla politica durante la scorsa amministrazione), quelli viaggiano comodamente sui loro SUV. Al momento, gli unici danneggiati da questi lavoratori sono gli utenti, quei romani, turisti e pendolari, che in alcuni casi hanno protestato duramente contro il personale, anche con degenerazioni violente. Da qui la narrazione che vede il “povero” macchinista messo contro il “povero” utente dall’azienda, dai politici e dai giornali che condannano questa protesta.

Ma la realtà non è proprio questa. Un macchinista che guida un treno delle linee metropolitane di Roma, (linee A, B, Roma – Lido, Roma Nord e Roma – Giardinetti), lavora con il contratto collettivo nazionale dei ferrotranvieri, a sua volta affiancato da un contratto integrativo sottoscritto con l’azienda. Il contratto attualmente prevede che il lavoratore svolga 6 ore e 10 di servizio giornaliero, ma le ore effettive in cui guida il treno, calcolando il frazionamento del servizio (un limite di ore continuative oltre le quali non può guidare), passa in galleria, alla guida del mezzo, mediamente 3 ore e 30. Per queste ore di lavoro – usurante, non è certo come star dietro una scrivania – il lavoratore percepisce uno stipendio che mediamente si aggira sui 2.300 euro netti al mese, che spesso (sommando turni e straordinari) diventano 3.000 euro e che sommando varie indennità e “corse fantasma” (una sorta di supplenze) possono salire ulteriormente. Quasi il doppio di ciò che percepisce un autista di autobus, per intenderci.

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